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SECONDO NUMERO ANNO 2018

 Pena di morte: “ogni azione vale quanto la vita di una persona?”

 di Agnese Messina 3X

 pena di morte

Il rispetto dei diritti civili è il presupposto basilare di un sistema democratico. Per diritti civili intendiamo l’insieme delle garanzie, delle libertà e degli strumenti forniti alla gente perché possa partecipare alla vita sociale di un Paese.
In Italia, con la Costituzione del 1948, si è sancito il rispetto assoluto di tutti i diritti civili, considerati sacri e inviolabili. Proprio per questo il nostro Paese è sicuramente all’avanguardia.
Quello che succede in Italia, purtroppo, non accade in altri Paesi del mondo dove non sono garantite tutte le libertà e dove il dissenso viene punito spesso con la pena di morte.
Il rapporto annuale di Amnesty International è tutto un susseguirsi di violazioni dei più elementari diritti civili. Questa organizzazione ha preso in esame alcuni Paesi e ciò che ne è venuto fuori è la totale condanna verso quelle Nazioni che, con il loro atteggiamento indifferente, hanno causato violente recrudescenze di fenomeni di conflittualità sociale trasformatisi in vere e proprie guerre.
Molti Paesi, spesso, sono stati denunciati per il commercio del terrore, cioè per la fornitura di armi, e sono quegli stessi Paesi che poi negano ogni responsabilità. A questi Paesi (Francia, Germania, Cina, Russia, Gran Bretagna e USA), Amnesty ha lanciato un appello affinché interrompano le forniture a tutti quei Paesi che violano i diritti umani.
Nei Paesi esaminati, almeno 85 Governi hanno fatto imprigionare gente per fatti di coscienza. In alcuni Paesi molti detenuti sono stati vittime di torture e maltrattamenti. In altri sono state effettuate esecuzioni extra-giudiziarie da speciali agenti e, infine, in alcuni di essi si sono verificate molte sparizioni di oppositori politici.
Amnesty International, inoltre, non tralascia di denunciare l’uso della pena capitale.
Nel mondo, tre Stati su quattro prevedono la pena capitale.
Ad ogni reato corrisponde una pena. E’ giusto che un colpevole paghi. La Legge esiste per tutelare gli individui, per proteggerli e per assicurare loro che nessun torto venga subito senza una giusta punizione. Una pena però non deve solo punire, ma anche rieducare. Non si ha a che fare con animali, ma con esseri umani, colpevoli di reato ma pur sempre tali.
Se riflettiamo sulla pena capitale possiamo affermare che punisce, ma non rieduca.
La Legge odierna condanna per omicidio e tutela i suoi cittadini da chiunque voglia privarli del bene più prezioso che possiedono: la vita. Se il sistema giuridico prevede che questo bene debba essere protetto, perché infliggere al colpevole ciò che esso condanna? Lo Stato così facendo si mette allo stesso livello dell’assassino, poiché anch’esso uccide. Non è nemmeno una giustificazione la tesi che colui che uccide non merita di vivere, perché nessuno può decidere (anche se giudice) di portare via la vita ad un altro. La Legge deve valere per tutti, nessuno escluso. Non vi sono né vi devono essere organi statali o persone che siano esentate dal rispettarla. Se un assassino uccide, il boia fa altrettanto. Perché non condannare anche lui? In fondo entrambi hanno commesso lo stesso errore, uno rimane impunito (perché “legale”) e l’altro invece subisce.
La pena di morte inoltre non è una punizione adeguata. Ci si dovrebbe concentrare su due punti:
il primo è quello di punire; il secondo è quello di rieducare.
Più che infliggere un danno al condannato, con la pena di morte soffrono coloro che a lui sono legati. La vita è un bene se viene vissuta. Rinchiusi in un carcere si conduce una vita monotona, grigia, noiosa e senza utilità. Questa vita non ha molto valore, si prospetta essa stessa come una punizione perché si viene privati delle gioie, dei divertimenti ,ma soprattutto delle libertà di poter scegliere cosa fare. Non essere liberi è già una punizione.
Bisogna fare una riflessione sul post mortem. Non sappiamo, né sapremo mai con certezza cosa c’è al di là. Se ci fosse il nulla, il condannato non farebbe altro che annullarsi. Superata la paura e la morte stessa, nulla rimarrebbe di lui. E’ questa una punizione?
Ciò che rende davvero così temibile la pena di morte è la paura. Tutti hanno paura di morire. La consapevolezza di dover morire è già abbastanza; trascorrere i giorni sapendo ciò a cui si va incontro è terribile, anche per un criminale.
Parlando invece della rieducazione, senza ombra di dubbio, la pena di morte non rieduca.
La pena di morte toglie la vita e basta.
Rieducare significa invece cercare di far comprendere ciò che di sbagliato si è compiuto, insegnare di nuovo a vivere in modo giusto. Nelle carceri è proprio questo che si dovrebbe fare. Non punire e basta, bisognerebbe far comprendere al reo di avere infranto la Legge
Che dire, inoltre, della fallibilità della Legge? Alcune volte si condanna e si punisce chi, in realtà, è innocente. Se si condanna a morte, come si fa a tornare indietro? Ancor più in questo caso lo Stato si renderebbe colpevole di un omicidio.
Se mai si dovesse accettare una condanna di questo tipo, bisognerebbe farlo con la certezza che, colui che viene punito, sia davvero colpevole.
Nonostante la pena capitale non sempre sortisca l’effetto sperato, cioè la diminuzione della criminalità o del terrorismo politico e religioso, è preoccupante come questa forma piuttosto crudele e inumana sia ancora adoperata in vari Stati. La battaglia per abolirla in alcuni Paesi si sta ancora combattendo. La sua rimozione è un processo lungo, dati i retaggi culturali, ma si spera si completi a livello globale.













 










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